Sta nascendo l’elefante della memoria per i quarant’anni di Famiglia Nuova

L’elefante è simbolo di memoria e longevità, vive in gruppo, un gruppo che si prende cura del più fragili. Anche per questi motivi gli adolescenti e gli educatori di “Famiglia Nuova” con la comunità educativa “Casa Oceano” l’appartamento per minori stranieri non accompagnati “Casa Eg” ei Servizi educativi integrati, hanno scelto proprio un elefante da realizzare insieme all’artista Antonio Massa rutto, friulano di origine e residente in Toscana. La scultura sta prendendo forma da lunedì a oggi a Villa Braila, a partire da legna che i ragazzi hanno ricavato da bancali.

«Mi ti piace l’idea che con materiale altrimenti destinato al macero, si possa costruire qualcosa di artistico – dichiara Massarutto, che realizza anche sculture in plastica presa dai sacchi della raccolta differenziata, lavora oro e bronzo e predilige soggetti naturali -. Andiamo oltre l’aspetto accademico dell’arte. E qui c’è anche la dimensione del lavoro collettivo».

“Non è colpa mia, è il naso che scivola”

Quello che abbiamo fatto, in questi mesi, è stato questo: prevenzione.
Siamo scesi in strada e, non certo per erosimo, ma perchè è il nostro lavoro e ci crediamo e abbiamo iniziato a farlo nella maniera che sappiamo.

L’abbiamo fatto con insistenza spesso; saltuariamente invece è bastato dirlo una volta sola.

L’ abbiamo chiesto ai più piccoletti, chiedendo se sul naso fosse finito un po’ d’olio che faceva scivolare giù la mascherina; con i più grandi glielo abbiamo fatto vedere con l’esempio; altre volte per fargliela infilare abbiamo urlato, sempre dietro la mascherina, s’intende.

Abbiamo ragionato con tutti, indipendentemente dall’età; abbiamo sfruttato esempi vicini e lontani; siamo passati tra quarantene di amici e tamponi, abbiamo cercato di attraversare con qualcuno di loro i loro lutti.

Sappiamo che oggi, se qualche mascheria in più ora sta su quando prima cascava giù, non è per magia; ma perchè c’è stato del lavoro.

Adesso l’acqua non fa più paura

Per i minori stranieri non accompagnati il rapporto con l’acqua, nella migliore delle ipotesi, è tutto da costruire. Se per tutti noi è importante l’attività fisica e per i ragazzi durante il Covid la chiusura ha voluto dire anche impossibilità di socializzazione, per i giovanissimi che seguiamo tutto questo è amplificato. Lo Sporting Lodi ci ha fatto un prezzo buono, che non è da tutti in questi tempi. E qui i ragazzi hanno appreso competenze di base, banalmente possiamo dire che hanno imparato a galleggiare: è già tanto, pensando a quanti d’estate si buttano in Adda senza consapevolezza. Qui hanno respirato un clima di fiducia, collaborazione e organizzazione. Le capacità di ognuno sono state accolte e valorizzate per quanto ciascuno poteva fare.

Don Leandro Rossi

La svolta: nel Natale del 1977 nella piccola chiesa di Cadilana (Lodi) Don Leandro accoglie il primo tossicodipendente e inizia cosi l’avventura nell’accogliere quelle “pietre scartate che sono diventate testata d’angolo”, in quegli anni gli ultimi tra gli ultimi e quanti chiedessero un rifugio. A questo punto don Leandro inizia a rimanere solo: chi mai voleva vivere vicino ai tossici? D’altra parte la curia nel 1994 invita don Leandro a una scelta precisa: o la parrocchia o la comunità; le due cose appaiono alla curia inconciliabili poiché la cura dei tossicodipendenti avrebbe sottratto tempo alle esigenze parrocchiali.

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