Chissà se dall’ennesimo evento tragico si trarranno conclusioni e indicazioni utili per tentare di fare tutti meglio, perché non risucceda.
Dopo eventi assurdi e reali come la morte del sig. A. Fakir durante un’azione che non ho ancora capito se di soccorso, forse di pronto intervento, forse di sicurezza o di polizia, e restando in attesa del giudizio della magistratura, propongo di, anziché accapigliarci per affermare le nostre polarizzazioni, studiare attorno a un tavolo per individuare cosa è possibile fare.
A quel tavolo dovrebbero sedere i governatori politici e gli educatori scolastici, le operatrici e gli operatori delle forze dell’ordine, il personale sanitario pubblico e di pronto intervento e soccorso e chi lavora nel terzo settore dei servizi alle persone “che sbagliano”, tutte e tutti competenti e motivati, ma travolti dalle impellenze di ogni tipo. Un tavolo che lavorerà e si esprimerà secondo i saperi della multidisciplinarietà, perché solo in questo modo è possibile riconoscere per avvicinare situazioni di rischio, provare a lavorare prima per impedire che degenerino. Se la prevenzione funziona, non può essere fatta solo da agenti in divisa. Occorre essere abilitati e abili per aiutare chi sta male, perché chi vorrebbe chiedere aiuto a volte non ci riesce e attiva, per paura, dinamiche incontrollabili e scatena reazioni di aggressività esacerbata talvolta da disagio o sofferenza mentale, o amplificata da effetti stordenti anche indesiderati che derivano dall’uso di droghe di dubbia qualità. E questo andrebbe visto prima, anticipato.
Il modo con il quale si fanno interventi può fare la differenza negli esiti: non sempre è possibile discutere una causa secondo approcci diversi, fare sintesi e decidere per quale soluzione optare. Le risposte devono essere utili a gestire tempestivamente situazioni che richiedono un pronto intervento, e comunque possono funzionare solo se non sono improvvisate, ma concordate con un mix di intese e approcci ad alta e a bassa soglia contemporaneamente, nella sequenza non classica della carota sempre e del bastone mai: non viceversa. E sono necessarie condizioni di lucidità, anche autorevole, di chi ha la Responsabilità di decidere, sennò accade che è la paura, ancestrale e attuale, con le incomprensioni, a dettare la strategia per o contro chi in quel momento non riconosce la “mano tesa”; e certo gli spray urticanti e le manette non aiutano. Non è facile in certe situazioni mantenere la calma, usare linguaggi adeguati, conservare serenità per evitare l’esasperazione di quello che si determina subito conflittuale. Ma è quello che va compiuto. Lo sappiamo bene anche noi a Famiglia Nuova, che abbiamo consapevolezza di cosa tocca e smuove lavorare con “i tormenti delle persone”, ma anche che la nostra diffidenza e quella reciproca, l’esercizio del ruolo, il “caldo sociale”, possono far perdere di vista l’obiettivo della propria vocazione, alzare muri invisibili e invalicabili. Soccorrere chi è sofferente, forse già ammalato, “stra-fatto”, è un dovere sociale prima che di salute e di sicurezza. Leggere i sintomi del male di vivere, del disagio mentale, capire le motivazioni e le caratteristiche dell’aggressività di una persona scossa, fare “mediazione umana”, sono il minimo delle attività che andrebbero definite e garantite come prassi di intervento quando si affronta la gestione di chi per qualsiasi motivo è alterato, non in grado di capire come determinarsi. La conoscenza di reazioni avverse di sostanze stupefacenti manipolate, delle reattività individuali estremamente differenti che si possono scatenare, se considerate come eventi possibili, ricorrenti e prevedibili, insieme all’adozione di politiche di sicurezza e sanitarie di urgenza meno securtarie e repressive, sono più che mai necessarie.
Famiglia Nuova è stata “capacity builder”, cioè ha diffuso il suo aver imparato a fare, il suo aver saputo tenere, anziché espellere, il saper stare anche nei conflitti improbabili, che magari hanno fatto paura anche a noi, ma che sono da sempre nostre attitudini al servizio per l’Altro, che hanno qualche volta saputo recuperare relazioni e alleanze umane e sociali, curative.
Dobbiamo proporci: creare accordo sul riconoscimento reciproco, sul ripristinare giustizia e consenso per il bene possibile, quello comune. Qualcuno non riesce ad aiutarsi e a farsi aiutare, accade, ma non è mai tardi per fare meglio, anche per loro.
Bruno






















