L’impatto con la comunità e le sue giovani ospiti
Venerdì 2 ottobre ho partecipato alla Giornata di studio Le dipendenze al femminile organizzata, nella comunità terapeutica educativa “Tingolo per tutti”, dalla Società Italiana Tossicodipendenze (SITD) regione Marche in collaborazione con Medicina delle Dipendenze, Policlinico GB Rossi di Verona. La comunità, gestita dalla cooperativa sociale L’Imprevisto”, si è rivelata una sede eccezionale sia per la sua ubicazione che per il clima che abbiamo respirato. Le ragazze ospiti, utenti donne che hanno un’età compresa tra i 14 e i 25 anni, ci hanno riservato un’accoglienza sorridente, autentica, da far invidia alle operatrici dell’agenzia Provider dell’evento.
La struttura della Comunità, a mezza collina, fronte mare, sulla panoramica che collega Pesaro a Fano, ha un’ambientazione naturale eccezionale. La freschezza delle ragazze, fin dal momento dell’arrivo nella zona del parcheggio, con I (cuore) L’Imprevisto sulle magliette, e soprattutto durante il buffet del pranzo da loro preparato e servito, sotto l’attenzione dello chef della struttura, ha reso il tema delle dipendenze meno gravoso e la giornata di inizio ottobre più luminosa. Ho avuto la possibilità di visitare tutto il Tingolo, di buon mattino, accompagnato dalla responsabile del progetto educativo che, ovviamente, ho interrogato con più raffiche di domande: le risposte le ho capite meglio a fine giornata quando ci ha raccontato la vita reale che ogni giorno vivono in Comunità, ed è stato un ritorno veloce in una dimensione meno romantica di quella che abbiamo potuto vivere all’impatto con il contesto d’incanto, da cui siamo “rientrati”, con l’ovazione finale da pelle d’oca al gruppo di giovani donne chiamate dalla responsabile per salutarci, immaginando le fatiche di quelle giovanissime donne per scegliere ogni giorno di restare in cura .
Il “mal di vivere” delle nuove generazioni
Tanti i temi emersi fin dall’apertura affidata al Presidente della cooperativa L’Imprevisto che ha sottolineato l’accezione positiva attribuita, e ha spiegato il senso della parola tingolo, passando poi a una descrizione della scena giovanile, abbastanza forte, secondo lui carica di rabbia e aggressività, con una forte attrazione all’autorovina. La cooperativa, ci spiega, ha a che fare con giovani colmi di tanto dolore, anche se non usano droghe. Non si capacita che sia solo per il passato e si chiede che cosa i genitori stiano loro trasmettendo. La platea di partecipanti ha condiviso la visione triste e in altri interventi è emerso il “mal di vivere” frequentemente riscontrato anche nelle giovani donne che si rivolgono ai servizi per le dipendenze.
Servizi tarati al maschile e lo stigma sulle donne
Il Responsabile scientifico del convegno, Raimondo Maria Pavarin, che ci aveva invitati dopo un incontro questa estate per il nostro Convegno del 29 ottobre che prevede la sua presenza, ha aperto la mattinata di approfondimento rompendo subito le righe sulle parole del titolo, cercando di dare senso a qualcosa che è sì specifico, ma assolutamente ancora troppo generico. Cosa infatti si intende quando si parla di donne dovrà essere stabilito, condiviso, visto che si differenziano per aspetti nativi, sociali, anagrafici, culturali, di orientamento, solo per citare alcune tipizzazioni. Inoltre raffredda l’enfasi sull’aspetto del fenomeno al femminile richiamando un aumento delle casistiche femminili per le dipendenze perché le donne emancipandosi sono entrate negli studi. Ha anche denunciato la taratura al maschile dei servizi per le dipendenze e lo stigma ancora pesante sulle donne che consumano droghe che determina per loro un restare lontane dai servizi e affrontare una soglia più alta nell’accedere alle cure.
Il corpo ferito: violenza, abuso e oggettificazione
Il resto della giornata ha portato in approfondimento molti aspetti che devono diventare prassi e consuetudini da cui non si può prescindere se si vuole lavorare nel complesso mondo delle dipendenze e, là dentro, nelle dipendenze al femminile.
Tra tutte le indicazioni è parso chiarissimo quanto il corpo delle donne con dipendenza, spessissimo vittime di violenza sessuale anche già prima del primo consumo, entri prepotentemente in gioco, anche con livelli diffusi di scarsa consapevolezza, senza riconoscere l’oggettificazione di alcune dinamiche maschili che per esempio esibiscono il corpo delle compagne del momento, disponibilità di corpi scambiati per un po’ di droghe, per affermarsi sulla piazza del consumo. Accade anche quando le ragazze di turno provengono da ambienti “bene”, e sembra sconcertante perché anche in ambienti poveri culturalmente, storicamente c’è la tendenza a proteggere le femmine dai pericoli esterni…
Biologia, traumi e sostanze: le specificità cliniche femminili
La violenza sulle donne, richiamata in tanti modi in quasi tutte le relazioni ascoltate, è un’altra componente che entra molto in gioco nelle storie di vita delle donne che consumano sostanze o che hanno comportamenti di dipendenza affettiva, da gioco; le donne rispondono ai traumi diversamente dagli uomini, vivono tempi più lunghi di rielaborazione, anche dovuti a una quantità maggiore di neuroni specchio. Le violenze non sono mai uguali tra loro, possono essere episodi unici, o ripetuti, accaduti prima durante o dopo il consumo di droghe, anche in ambienti famigliari, vivendo e talvolta subendo la dipendenza con e dal proprio compagno. La biologia femminile inoltre ha risvolti che devono essere considerati altrettanto fondamentali nella presa in carico di donne con dipendenze: gli aspetti endocrinologici, ginecologici, farmacologici, metabolici e come hanno detto neurologici devono essere parte integrata dei progetti di presa in cura femminile. Le donne consumano principalmente alcol e psicofarmaci, anche fuori prescrizione, perché considerati, con l’alcol, sostanze accettate socialmente; le donne vivono la ricompensa, la dipendenza e il craving in modo più manifesto rispetto agli uomini e più frequentemente di loro vivono condizioni di comorbilità psichiatrica. Tra le donne che consumano psicofarmaci vi è una maggiore incidenza di overdose con intento suicida. Ricorrono più facilmente ad azioni e servizi di limitazione dei rischi che di riduzione del danno.
La necessità di nuove linee guida e interventi mirati
Un mondo enorme quello delle dipendenze al femminile, che ha bisogno di essere approfondito e nel frattempo andrebbero adottate da subito linee guida (qualcuno ha ipotizzato una scala dell’OMS che valuti gli interventi in corso) per essere più competenti e soddisfacenti nelle riabilitazioni educative terapeutiche che dovranno essere mirate ai bisogni complessivi specifici delle donne. Come ha ricordato Pavarin sarà utile poter fare ciò che è possibile fare in un contesto di risorse scarsissime, ma ciò che si riuscirà a fare andrà svolto con tutte queste cognizioni di causa.
Oltre la diagnosi: cosa c’è prima della dipendenza?
Nelle conclusioni, da un’angolatura visuale differente che ho apprezzato, sono state formulate alcune questioni, rimaste aperte e con le quali abbiamo concluso la mattinata di approfondimento e studio: le elezioni a doppia diagnosi derivano da una necessità di categorizzare e anch’esse non significano gran che poiché per tutti, anche per le donne con doppia diagnosi, non è possibile sapere chi abbiamo davanti e non ce lo può raccontare una definizione diagnostica. La cognizione che le donne devono agire sulle emozioni, che proprio una relatrice aveva richiamato necessarie per l’autodifesa del “famoso corpo”, come si amalgama con l’indicazione finale che le emozioni vengono prima del trauma e delle cognizioni, perché la sofferenza emotiva viene prima della dipendenza.
La domanda, forse da rivolgere alle donne con problemi di dipendenza è cosa c’è prima della dipendenza. E vale, aggiungo, anche per gli uomini, così come, con timidezza aggiungerei che, il prezzo pagato fin lì, fino alla dipendenza compresa, per il dolore ricevuto e vissuto, è già molto alto.
Bruno
A questo link il programma e gli atti, non appena disponibili.





















