Maurizio Mattioni, dal nostro SMI Broletto di Lecco, torna a scrivere riflessioni, approfondendole, sul ruolo degli educatori e delle educatrici.
La manutenzione dell’educatore
Il lavoro educativo come pratica che richiede apertura mentale, capacità di ascolto profondo e disponibilità a mettere in discussione il consueto. Le figure educative non devono irrigidirsi in giudizi o classificazioni, perché questo soffoca il pensiero creativo e la comprensione autentica dell’altro.
Nel colloquio educativo è fondamentale accogliere la narrazione della persona senza filtri pregiudiziali: anche i racconti inventati o distorti hanno valore, perché rivelano parti di sé e della propria sofferenza. La verità e la falsità non sono categorie utili nella relazione d’aiuto; ciò che conta è ciò che emerge nel “mezzo”, dove si può cogliere il senso profondo dell’esperienza.
La mancanza di certezze, come in fisica o nella musica, è una ricchezza: permette di percepire la complessità del reale. Con il tempo, si impara a dare meno peso all’orgoglio e a riconoscere i propri errori, qualità essenziale per accompagnare il cambiamento altrui. Non basta dire la cosa giusta: spesso ciò che serve davvero è essere una presenza stabile, un punto d’appoggio per chi attraversa tempeste interiori. Ognuno, ognuna, anche nelle condizioni più difficili, può diventare capitano del proprio vascello e trovare un porto possibile.
Contesto, percezione e incontro nell’esperienza delle dipendenze
Il consumo eccessivo di droghe non può essere compreso senza guardare al contesto sociale che lo genera. Le narrazioni patologizzanti non nascono dal nulla: sono figlie di valori morali e norme culturali che cambiano da società a società. Il desiderio di stordimento, di evasione o di “uscire da sé” è un prodotto del nostro tempo, soprattutto in un Occidente che alimenta un consumismo anche verso le sostanze.
Per questo, ogni progetto di cambiamento deve riconoscere i limiti imposti da una struttura sociale rigida, che condiziona la consapevolezza del problema. L’unica via possibile è imparare a interpretare la realtà in modo funzionale, accogliendo ciò che non possiamo controllare. Come l’alba che ogni giorno ritorna uguale eppure diversa, è il significato che le attribuiamo a definire la qualità della nostra esperienza.
Le percezioni si sfumano, le persone entrano ed escono dal nostro campo emotivo, e le sensazioni diventano azioni che ci attraversano. Non esiste neutralità nell’incontro: anche la neutralità è un sentimento, quindi un movimento verso l’altro. L’incontro autentico avviene quando ascoltiamo davvero le narrazioni, lasciandoci cambiare da esse.
Se affiora il pensiero di “non essere coinvolti”, non è un errore: è un segnale del corpo, un limite naturale della nostra capacità empatica. Riconoscerlo non significa fallire, ma accogliere la nostra umanità.
Ostacoli interni, creatività e pratica dell’ascolto di sé
Per superare gli ostacoli esterni è necessario riconoscere prima quelli interni: l’armatura che ci protegge ma che, allo stesso tempo, ci separa dal sentire. Quando ci dimentichiamo di noi stessi, perdiamo la capacità di cogliere le emozioni, sostituendole con un silenzio che soffoca l’interiorità.
La pratica dell’immobilità consapevole — sedersi, respirare, lasciare che i pensieri si quietino — diventa un modo per ritrovare la calma e riaprire un varco verso il mondo interno. Non serve una tecnica complessa: basta il respiro che guida verso l’acquietamento.
Da bambini, la realtà si trasforma con naturalezza: gli oggetti diventano altro, la fantasia plasma il possibile. Questa capacità non dovrebbe svanire nell’età adulta. Per proteggere la creatività dall’omologazione, occorre tornare alla mente infantile, sostare nell’indefinito, allenarsi a immaginare ciò che ancora non esiste. Il gioco diventa un esercizio di pensiero logico e, allo stesso tempo, un atto di libertà.
Nel silenzio della stanza, i rumori filtrano come gocce attutite. La scrittura — cento parole al giorno — diventa una forma di meditazione, un Zazen disteso che unisce terra e cielo attraverso il ritmo del respiro. Le parole si deformano, si espandono, diventano suono: segni interiori che emergono come se fossero toccati da dita invisibili.
Consapevolezza, linguaggio e il cammino dell’educatore
La consapevolezza nasce dal respiro, ponte invisibile tra ciò che chiamiamo “dentro” e “fuori”. La pelle non è un confine: la percezione si estende oltre, e questa continuità è la base dell’ascolto e dell’arte della cura. Educare significa prima educarsi, rinnovare le parole che usiamo, impedire che si impolverino nel buio della routine. Prendersi cura del linguaggio è prendersi cura del nostro strumento di lavoro.
La mente porta in sé una storia antica, stratificata come ere geologiche. Ogni reazione è un’eco della nostra evoluzione, un viaggio che percorriamo senza accorgercene. Riconoscere questa vastità ci sottrae all’illusione di essere singolarità isolate e ci restituisce al flusso dell’esistenza. La tecnica è parte di questo cammino, ma può accecare se diventa fine anziché mezzo.
La consapevolezza, libera da scopi, permette di esistere in compassione con ciò che percepiamo. Tra l’occhio e la visione si apre un mare increspato, un mondo che chiede solo di essere sentito. Anche la noia diventa un esercizio: lasciarsi andare, non opporre resistenza, permettere agli eventi di accadere. I suoni restano suoni, il cielo resta cielo, e noi possiamo ritirarci nell’ombra per ascoltare l’intimità arrugginita che reclama attenzione.
La neurocezione — quel sentire primordiale — può diventare consapevole, ricucendo lo strappo tra mente e corpo. Il viaggio dell’esistenza è fatto di domande sospese, più che di risposte. Le risposte interrompono, chiudono; le domande aprono, permettono il movimento. Persino il divino, nel suo mistero, si definisce con un enigma.
Chi educa, allora, è un equilibrista del domandare: un funambolo che cammina tra possibilità e indeterminazione, lasciando che il pensiero scorra libero senza cadere nella trappola delle risposte definitive.
Maurizio Mattioni Marchetti






















