Colpiti dall’entusiasmo di aver partecipato alla Summer School 2026, “Stigmi/Paradigmi. Per una mappa condivisa delle culture e delle narrazioni sulle droghe”, in programma a Roma dal 3 al 5 settembre, al Villaggio Globale e Città dell’Altra Economia. Un luogo “occupato” da anni, per preservare uno spazio ad uso pubblico.
Là, ci siamo accinti alla Summer, in quella che pareva una stanza con pista disco, caldissima per le temperature del pomeriggio e per il respiro e i corpi di tante e tanti partecipanti, e ascoltato la storia del luogo, raccontata da un super appassionato attivista che ha fatto, con tante altre cittadine e cittadini, la storia di quello spazio. Emozionante, come il posto nel complesso.
Poi il saluto di Franco Corleone, che, con calore, ha criticato appassionatamente il decreto emanato dal Governo attuale che rafforzerebbe e implementerebbe le misure alternative alla detenzione presso le Comunità per le dipendenze, provvedimento in qualche modo sostenuto anche dalla sinistra perché a loro dire comunque alleggerirebbe la carcerazione e ridurrebbe le carceri sovraffollate, quindi meglio di niente. Corleone ricorda che la sostanza non è tutto, non è la persona che la consuma; in Italia, e non solo, da chi governa, le droghe sono considerate il MALE e quindi chi le utilizza è malato, una deresponsabilizzazione che non giova e non aiuta a capire lo stato delle cose. Il decreto emanato per alleggerire la condizione penale dei detenuti con problemi di dipendenza ha nell’incertezza riabilitativa il suo difetto più evidente: le persone è vero che usciranno dal carcere anche con residui di pena fino agli 8 anni, ma per andare dove e per fare cosa?
Finalmente i lavori sono stati avviati da Caterina Pozzi, Presidente del Cnca che rivolgendosi alla platea e a se stessa si è domandata “se esista una nuova cultura del consumo e se noi operatrici e operatori siamo ancora in grado di leggerla”. Proseguendo l’apertura ci invitava all’obbligo di ragionare, a come guardiamo quello che succede, essenza della Riduzione del Danno. Pozzi ha sottolineato come il Cnca lavori costantemente, in tutti i contesti dove partecipa, alla narrazione diversa rispetto alle parole che, purtroppo, sono tornate, o mai erano scomparse, a caratterizzare le persone che consumano sostanze: su tutto, il termine tossicodipendenti che si era riusciti a respingere sta tornando alla ribalta con buona pace di chi antepone l’interesse per le persone all’interesse per ciò che fanno e per cosa consumano; o l’iperscorretto tossici, ormai familiare nel linguaggio e nel gergo correnti. “Dalle persone dobbiamo passare ai contesti, anche per incrinare quel sistema dei servizi che hanno l’astinenza tra i criteri di accesso, senza confondere appunto la dipendenza con l’identità delle persone” e “Riuscire a riconoscere saperi e competenze nelle persone che consumano è parte del nostro lavoro ed è un pensiero politico, sia come individui che come organizzazioni. Riteniamo che per governare il fenomeno il penale non serva: crea più sofferenza e disuguaglianza”, sono state le sue affermazioni in chiusura, molto partecipate dall’applauso anche nostro.
Dopo Caterina è la volta di Stefano Vecchio, Presidente di Forum Droghe, che si sofferma sulla proposta della Summer che, dice, sarà “Un’offerta per sospenderci nel tempo del nostro lavoro, per approfondire i nostri saperi”, in linea con la Presidente del Cnca. Anticipa che nella Summer ci chiederemo in che modo le norme siano elaborate e quanto influenzino le culture, cercando di capire come esse si autoregolamentino non solo con modalità piane e omogenee, ma anche intersezionali.
La prima sessione del seminario dal titolo “Una traccia dalla cultura allo stile” è stata segnante, con la relazione eccellente di Massimo Canevacci “Saper transitare le culture, per cominciare”. Con quella magniloquenza efficace che hanno solo alcune e alcuni e con la quale lui ha imbastito una lezione fondata su 4 assi: transiti, ubiquità, sincretismi e alterazione, abbiamo ascoltato per la prima volta concetti culturali sconosciuti, apparsi totalmente plausibili, anche quando estratti da contesti internazionali, multiculturali, assoluti. Un viaggio antropologico molto ampio, in tempi e spazi diversi, in cui ha guidato il nostro pensiero, senza tentativi maldestri di pseudoipnosi, in vari movimenti dentro spostamenti di vita reale. Tra le tante intuizioni che ci ha donato abbiamo apprezzato l’affermazione che transitare, talvolta necessario per vivere, può significare dover abbandonare la spontaneità che non favorisce il cambiamento emotivo e culturale. E molto interessante anche l’aspetto rilevante di come le nuove tecnologie modifichino concetti di relazione non solo tra il Se e l’Altro, ma anche dentro il soggetto stesso. Espandendo l’identità e coniando una nuova parola “Dappertuttità”, ipotizza non più la distinzione Io/Es/Super Io, ma di un Io che si trova contro Es e Super Io alleati. In chiusura ha affermato in modo chiaro e forte che “Serve con urgenza adottare la prospettiva etnografica per capire come andrà, serve ricerca, sul campo”.
Ivan Severi, secondo relatore con “Usi di sostanze nell’età contemporanea: una lettura antropologica”, ha ripercorso alcuni aspetti storici ed evolutivi delle sostanze, guardando all’utilizzo in America e dando risalto a come la diffusione di alcune sostanze è anche legata alla tecnologia per poterle utilizzare al meglio, come è stata l’invenzione della siringa. La terza relazione era dedicata a “Culture e processi di regolazione nell’approccio ecologico all’uso di sostanze”, storia e ricerca ambientate a Rotterdam. È stata presentata con interessanti raffigurazioni di fumetti da Jean Paul Grund, partendo da un libro che parla di esseri immaginari mitologici, Trickster, dove si è posta l’analogia su modi identici di poter etichettare o di creare differenze. Preme sottolineare qualche stigma e forse paradigma sbagliato, non insoliti anche nella nostra cultura. Infatti è stato detto che il crack è una derivazione della cocaina, con “solo una maggiore efficacia nel consumo”; e che “la cocaina e il crack non sono droghe di serie z, come l’eroina”. Concetti discutibili. E seppure l’esperienza sociale di luoghi creati con atmosfera “calda” per il consumo protetto, in stile simil cottage aperti anche alle famigliole, è parsa molto dolce e nordica, impensabile pensarla alle nostre latitudini, e forse la fumettistica della presentazione qui non ha aiutato, sembrava piuttosto un tentativo con intenti di ripulire dal degrado visivo le vie di Rotterdam, città metropolitana e portuale tra le più importanti d’Europa dove era stato attivato il progetto, che un sistema di impatto utile per gli svariati tipi del consumo di droghe.
Dato lo slittamento dei tempi e il caldo soffocante è stato deciso di rimandare alla seconda giornata la relazione a 2 voci “Significati e materialità nel governo delle scene aperte del consumo di droghe”. Per fortuna.
La seconda giornata, anch’essa super estiva, è proseguito come da programma, riuscendo a recuperare la relazione saltata.
Si è parlato di cultura del bere, confrontando stili e consumi italiani e nordeuropei, di come leggere i dati delle ricerche per evitare facili convinzioni determinate da improvvise correnti di pensiero, che risulteranno ad un successivo approfondimento poco significative; di banalizzazione di fenomeni complessi, di consumi non nativi. Dell’alcolismo vissuto in Italia come fallimento sociale e non come fallimento individuale, nella visione finlandese. Di come i dati, se pur parziali, mettono in luce una riduzione del bere tra i giovani maschi, ma in aumento nella fascia della giovane popolazione femminile 14-18. La Gen Z beve meno e l’alcol non è al centro delle relazioni sociali: più consapevoli dei danni prodotti dall’alcolismo. La rappresentazione che ne fanno i social è datata e non rappresentativa della realtà. Questo però non significa che i nostri giovani stiano meglio.
Nel pomeriggio di venerdì 4 settembre i temuti lavori di gruppo: confrontarsi con persone non conosciute è sempre tanta roba e inoltre eravamo con qualche senso di colpa per aver perso un po’ della Summer del mattino perché per circa un’ora abbiamo fatto il punto con Giancarlo e Valeria, venuta apposta dall’altra parte della provincia romana, sul programma del nostro Convegno di Piacenza del 29 ottobre prossimo. Invece i gruppi sono stati un secondo momento bello intenso del programma: non è stato un lavoro di analisi delle presentazioni ascoltate fin là. Ma un lavoro di letture e scambi e affinamenti su casi studio. Molto efficace per la multidisciplinarietà dei partecipanti è stata la non indicazione dei titoli assegnati ai gruppi, e nemmeno da chi fossero condotti; in questo modo la distribuzione dei partecipanti è stata davvero spontanea. Ancora una volta il lavoro di gruppo si conferma davvero utile. L’apprendimento collettivo infatti risulta fondamentale perché lavorando in contemporanea si definiscono le differenze tra gli sguardi, i significati, i pensieri, le valutazioni su singole storie e si raggiungono insieme visioni e proposte positive, fattive, concrete. Ogni volta che scegliamo un problema di una persona da vedere, per capire, lo definiamo, ma al tempo stesso lo creiamo e ci muoviamo per trovare soluzioni ad esso. La descrizione del fenomeno può divenire essa stessa etichettante e giudicante, creando problematicità o un problema che la maniera di leggere diversamente il fenomeno non avrebbe creato. Il lavoro dei 4 gruppi è stato riportato in Plenaria: più utile il lavoro nei singoli gruppi, si è preso di più.
La mattina del sabato, terzo e ultima mezza giornata, con il viaggio di ritorno già incalzante, è stata caratterizzata dalla relazione di Valentina Mancuso, Isola di Arran, per il loro trentennale di attivismo e critica alla società proibizionista (un pensiero a Emma Bonino oggi è d’obbligo) e dalla comunicazione attenta e ricca di emozione di Alfredo Pellegrini di Itanpud, che ha ben tratteggiato la potenzialità valoriale, ma anche i rischi e i risvolti dell’utilizzo nelle equipe della figura pari dell’Esp, cioè Esperto tra Pari. L’attenzione, ha ricordato Pellegrini, va posta sulla necessità che tali promozioni non siano di convenienza, di tornaconto aziendale per raggiungere, a più basso costo economico, i criteri quantitativi imposti dai sistemi di accreditamento; al contrario la possibilità va percorsa in modo che, tali qualifiche, siano occasioni per riconoscere competenze complementari e apprezzare quelle peculiarità, che rimangono sempre individuali, non di categoria, come dovrebbe essere per ogni professione e, inoltre, siano realmente equiparate e incluse anche ai tavoli di pensiero politico e di lavoro programmatico di contesto. Sia Valentina che Alfredo erano dialoganti con Claudio Cippitelli.
Certo poi che a Roma… è sempre tutto bellissimo.
Elisa, Cristina, Giancarlo e Bruno






















