L’analisi. I Neet secondo Giustina Orientale Caputo, sociologa dei Processi economici e del lavoro.
Rossella Mungiello per “Il Cittadino”, 22 maggio 2026, p. XIV.
Per capire chi sono, e anche come star lontano da rischi di generalizzazione che non aiutano ad affrontare il fenomeno. E, ancora, provare a ragionare su una mappa che tenga conto della diversità del tessuto sociale tra metropoli e piccoli centri di provincia. Con l’esperta Giustina Orientale Caputo, professoressa associata in Sociologia dei Processi Economici e del lavoro, e coordinatrice del corso di studio triennale in Sociologia all’Università Federico II di Napoli, già ospite del convegno Meet the Neet organizzato da Famiglia Nuova, ragioniamo sul fenomeno Neet e sugli eventuali “anticorpi” territoriali.
Professoressa, chi sono i Neet oggi?
«I Neet costituiscono una categoria molto eterogenea, che proprio per questo richiede una definizione accurata per evitare pericolose semplificazioni. Spesso si pensa ai Neet come a un gruppo monolitico, ma già la distinzione tra Neet attivi e non attivi rivela la complessità del fenomeno: i primi sono giovani che, pur non lavorando, non studiando e non essendo in formazione, cercano attivamente un’occupazione e appartengono alla popolazione attiva; i secondi, invece, si trovano fuori dal mercato del lavoro per motivazioni differenti.
La definizione nasce nella Gran Bretagna degli anni Ottanta per descrivere inizialmente giovani, soprattutto ragazze, che non lavoravano né frequentavano percorsi formativi o scolastici. Nel tempo, questo concetto si è ampliato e oggi in Europa include la fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni (in Italia spesso estesa fino ai 34 anni) e si riferisce sia a maschi che a femmine. Questa categoria, divenuta sempre più diffusa sia in ambito accademico che mediatico, ha acquisito una certa legittimità scientifica anche grazie all’adozione da parte di istituti di statistica come Istat ed Eurostat; tuttavia, proprio la sua ampiezza e la sua crescente popolarità comportano rischi di ambiguità e generalizzazione, arrivando a essere utilizzata quasi come un’etichetta generazionale. È quindi indispensabile partire da una definizione chiara e consapevole, per poter analizzare il fenomeno in modo più efficace».
Esistono diverse “sotto-categorie”?
«La categoria dei Neet, più che indicare un nuovo fenomeno, mette insieme informazioni già note e spesso non aiuta a comprendere le ragioni dei comportamenti dei giovani, che vivono una condizione di vita, di lavoro e di scenari internazionali complessa. E l’etichetta non spiega il loro rapporto con il mercato del lavoro. Un Neet può essere un giovane che cerca lavoro (popolazione attiva) o che ha smesso di cercarlo per sfiducia o altri motivi (popolazione non attiva).
È fondamentale distinguere tra Neet attivi e non attivi, perché i loro bisogni e le possibili politiche di intervento sono diversi. Nel 2024 l’11 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni nell’Ueera Neet; in Italia il dato è del 15,2%, tra i più alti in Europa, e dopo di noi ci sono solo la Lituania e la Grecia, con il 14,2 per cento. Parliamo di circa 1,4 milioni di giovani e di una quota percentuale distante dall’obiettivo Ue per il 2030 che invita i Paesi ad impegnarsi ad arrivare al di sotto del 9 per cento. Tra i Neet troviamo chi cerca attivamente lavoro, disoccupati di breve o lunga durata, giovani scoraggiati e donne con carichi di cura famigliare. Inoltre, ci sono ragazzi in dispersione scolastica, soprattutto maschi tra 15 e 19 anni, giovani con background migratorio che più difficilmente si muovono sul mercato del lavoro e laureati troppo qualificati che non trovano offerte adeguate»
Entriamo nel vivo della realtà dei piccoli territori, come il Lodigiano. In contesti dove le reti di prossimità sono più strette rispetto alle grandi metropoli, esistono degli “anticorpi” sociali in grado di prevenire o intercettare precocemente il rischio di diventare NEET?
«Anche i dati a nostra disposizione, e relativi al livello nazionale, dicono che il fenomeno è un po’ più diffuso nelle aree urbane che nei piccoli centri, ma questo non è garanzia che nelle realtà più piccole il fenomeno non esista. In generale però la dimensione più contenuta dei contesti aiuta o può aiutare a seguire con maggiore attenzione l’insorgere dei problemi.
Parrocchie, imprese di piccole e medie dimensioni, ma soprattutto gli enti del terzo settore appaiono poi, a qualsiasi scala, i soggetti più deputati a intercettare i giovani, le donne e i soggetti più fragili, sempre considerando però che è il soggetto pubblico a fornire gli strumenti e indicare le strade attraverso cui i fenomeni di esclusione sociale, disoccupazione e inattività possono essere affrontati.
In un contesto come quello lodigiano, le reti di prossimità, le relazioni più dense e un tessuto economico e sociale migliore rappresentano elementi capaci di contenere il fenomeno, ma non illudiamoci troppo: non esistono realtà locali che possano dirsi estranee al fenomeno che riguarda l’intero Paese. I nostri giovani sono certamente legati ai contesti locali in cui sono nati, ma sono la generazione Erasmus, quella che vive di relazioni a distanza anche con coetanei molto lontani geograficamente, sono quelli dei social e delle prospettive un po’ più precarie di vita e di lavoro. Per tutti loro, dunque, dobbiamo immaginare strade, strategie e soluzioni più ampie che poi vanno calate sulle caratteristiche individuali e che si possono anche individuare sulle opportunità presenti sui territori»






















