Ascoltare l’altro, ascoltarsi dentro: la sfida del lavoro educativo
Maurizio, storico pedagogista di Famiglia Nuova nell’ambito “tosto” delle dipendenze, ci offre alcuni spunti per guardare nel difficile mondo delle relazioni tra educatore curante e utente paziente nel tentativo di superare le fatiche e le pigrizie del mestiere.
Il lavoro che svolgiamo, infatti, spesso ci conduce a una routine che può fa perdere di vista il mandato dell’educatore e far scadere l’obiettivo prezioso che abbiamo scelto di avere.
Ascoltare gli altri richiede prima di tutto ascoltare se stessi
Vorrei affermare che chi lavora nell’ascolto – educatori, operatori, terapeuti – deve coltivare un ascolto interiore.
- Significa osservare i propri pensieri e le sensazioni del corpo.
- Essere consapevoli del proprio sé evita che le nostre reazioni siano casuali o impulsive.
- Senza questa manutenzione costante, rischiamo di danneggiare noi stessi e gli altri.
L’identità non è fissa: cambia con le relazioni e con ciò che viviamo. Per questo serve uno sguardo vigile sulle nostre emozioni, non un controllo rigido.
Piccole pratiche quotidiane di consapevolezza
Propongo esercizi semplici, brevi, non performativi:
- Dieci minuti al giorno per scansionare il corpo e lasciare andare le tensioni.
- Fare gli stessi esercizi anche durante le relazioni, per modulare le risposte.
- Recuperare vecchi esercizi fisici scolastici, senza sforzo e con attenzione al respiro.
L’obiettivo è sentire il corpo, non pensarci sopra. La consapevolezza nasce dal sentire, non dal ragionare.
La ruminazione mentale è un ostacolo
Per ascoltare davvero l’altro, bisogna imparare a tacitare la narrazione interiore.
- Non serve trovare risposte a tutto.
- La competenza educativa non sta nel parlare, ma nel restare presenti.
- La prima presenza da coltivare è quella di noi stessi.
Un esercizio proposto: contare i respiri fino a cinquanta e osservare come stiamo nella solitudine.
Semplicità, postura e credibilità
La postura semplice e accogliente rende l’educatore accessibile.
- La complessità del pensiero va sciolta in un sorriso.
- Le tensioni irrigidiscono il corpo e accorciano il respiro, generando insicurezza.
- Questa oscillazione tra sicurezza e paura avviene continuamente e, se ignorata, porta a stress e malessere.
Per difenderci, spesso indossiamo una “armatura” che però ci separa dal sentire.
Tornare alle origini e radicarsi
Le parole sono “agglomerati di senso” che possono trasformare.
- Tornare periodicamente alle proprie radici e agli antenati aiuta a ritrovare stabilità.
- Questo diventa un saluto agli antenati, un gesto di benevolenza reciproca.
- Un esercizio: stare in piedi, sentire il peso del corpo verso il basso, respirare, lasciare uscire un suono dal corpo
Camminare consapevolmente
Richiami al buddhismo:
- Camminare lentamente, senza scopo, senza pensare.
- Quando si cammina per camminare, accade qualcosa: ci si ritrova nel mondo, più presenti.
- Il linguaggio non sempre basta a descrivere queste esperienze; a volte serve la poesia.
Il corpo come bussola
Il corpo, soprattutto il ventre, dice la verità sul nostro stato.
- La mente spinge, forza, ignora.
- Il corpo invece segnala come stiamo davvero.
Un esercizio semplice: restare a letto dieci minuti in più e portare l’attenzione alle varie parti del corpo, fino a “essere” quelle parti.
La consapevolezza è sentirsi unità, non pensarsi tali.
L’educatore come presenza
Nel lavoro educativo, lo strumento principale è il proprio sé.
- Per questo la manutenzione personale è fondamentale.
- Non esiste una pratica unica: ognuno deve trovare la propria, ascoltando profondamente il proprio corpo.
- A volte basta sedersi e ascoltare il respiro. E nient’altro.
Maurizio Mattioni Marchetti






















