Inaugurata nel 1991 a Cassolo di Arcello, poco sopra Pianello, in una vecchia cascina. Oggi gli ospiti sono una ventina
Fabrizio Tummolillo per “Libertà”, venerdì 23 ottobre, p. 21.
Pianello. Trentacinque anni fa, il 27 novembre 1991, in località Cassolo di Arcello, poco sopra Pianello Valtidone, veniva inaugurata la comunità pedagogico riabilitativa Papa Giovanni XXIII. In una vecchia cascina circondata da 18 ettari di frutti e boschi e prati, undici ospiti inviati dai Sert (i servizi per le tossicodipendenze del Servizio sanitario nazionale) dell’Emilia Romagna e di altre regioni si dedicavano ai primi lavori di sistemazione di una struttura che ancora oggi accoglie persone in cerca di un’opportunità per rifarsi un’esistenza.
La comunità è gestita dalla cooperativa sociale Famiglia Nuova, fondata nel 1981 da don Leandro Rossi, un sacerdote lodigiano laureato in teologia morale e diritto canonico che ha speso la propria vita per l’accoglienza. Nel 1979, con una decisione che gli causó non pochi problemi da parte della curia, apri le porte della canonica di Cadillana presso Lodi a un ragazzo tossicodipendente, il primo di migliaia di persone accolte nei centri che aprirà negli anni a seguire.
Attualmente gli ospiti della comunità Papa Giovanni sono una ventina: la gran parte di loro sta seguendo misure alternative al carcere con progetti individualizzati per reinserirsi nella società una volta scontata la pena. «Oltre a questa struttura gestiamo anche due appartamenti a Pianello e a Castel San Giovanni per un totale di sei posti» spiega Jessica Merli, responsabile della struttura «che fanno da filtro tra la vita in comunità e il ritorno a una vita autonoma». Oltre a Merli lavorano nella comunità altri tre operatori.
La quotidianità è scandita da compiti e incarichi: «Al mattino, dopo la colazione e la pulizia delle parti comuni, gli ospiti si dedicano a varie attività – spiega Merli –, dalla cura del pollaio e del frutteto ai lavori in legnaia, oltre agli accompagnamenti a visite e commissioni varie. Inoltre c’è chi svolge tirocini lavorativi». Stesso copione al pomeriggio, con la possibilità, concluse le attività, di allenarsi nella palestra costruita in autonomia con quanto recuperato in giro. I pesi sono spaiati, gli specchi sono ante di vecchi armadi. Pollaio e frutteto servono per l’autoconsumo, il forno in cortile si accende ogni tanto per una pizzata di gruppo.
I posti sono tutti occupati e la lista d’attesa è lunga: «Abbiamo richieste non solo dai servizi dell’Emilia Romagna ma anche da Milano, Roma e Napoli» racconta Merli. La comunità (di cui si parlerà nel corso di un convegno previsto per il 29 ottobre a Piacenza) è l’unico servizio di Famiglia nuova in Emilia Romagna.
In passato la cooperativa ha gestito comunità nella vicina frazione di Gabbiano e a Borgonovo, nell’ex convento di San Bernardino dove don Leandro Rossi ha vissuto alcuni anni per poi essere nominato parroco a Gazzola. Lasciò l’incarico nel 2000 prima di spegnersi, malato di Parkinson, nel 2003 accudito da quegli stessi ragazzi per i quali aveva speso la propria esistenza.
Alcune storie
Rino: «Poggioreale il peggior carcere». Cristiano: «Cucinare mi fa stare bene».
«Perché sono qui? Perché ho commesso reati legati alla tossicodipendenza. La droga mi ha rovinato la vita». Non usano giri di parole Cristiano, Carmine e Rino, i tre ospiti della comunità Papa Giovanni XXIII che accettano di buon grado di raccontare le proprie storie. Lo fanno con un’onestà spiazzante anche quando le domande vanno a toccare la loro vita personale. Vengono da Napoli, come tanti loro compagni (sono una ventina quelli che attualmente vivono in questa struttura defilata tra Pianello Valtidone e la frazione Arcello) e incuriosisce ascoltare questo dialetto in ogni discorso che si capta tra la cucina, la palestra e il cortile.
Carmine, 36 anni e una folta barba da frate, è quello che si trova qui da più tempo. «Diciotto mesi – spiega –. Sono arrivato direttamente dal carcere di Poggioreale. Nemmeno sapevo dove si trovasse questo posto quando me l’hanno detto». Del penitenziario napoletano parla Rino, 52 anni: «Il peggior carcere al mondo. Eravamo in dieci in una cella senza doccia. Per i bisogni c’era una turca, d’estate si moriva. Non dico avere l’aria condizionata, ma almeno un ventilatore… Nemmeno quello c’era».
I tre fanno parte della squadra di cucina. Sono in quattro, lavorano a coppie; un cuoco e un vice. Preparano i pasti a settimana alterne: curano gli acquisti, cucinano, gestiscono la dispensa. Nessuno ha studi alberghieri o esperienze di ristorazione alle spalle, solo l’attestato Haccp. «Abbiamo imparato in cella» spiega Carmine. A Cristiano, 33 anni, piace: «Mi sto impegnando a imparare, mi fa stare bene. Mi aiuta ad apprendere il rispetto delle regole. Non ho molti programmi per il futuro ma vorrei che diventasse il mio lavoro, fuori da qui».
In comunità si trovano bene («Io qui sono rinato» assicura Rino) e la routine quotidiana con i suoi turni di lavoro, pulizie e manutenzioni aiuta a tenere a bada la nostalgia di casa. Che però rimane sullo sfondo. «Ho un figlio di 23 anni che lavora al porto di Napoli e una di 18 che studia per diventare operatrice socio sanitaria – spiega Rino –. Mi mancano, la droga ci ha distrutto la vita anche da questo punto di vista». Nelle sue parole si percepisce la voglia di ricominciare nella città di origine mentre Carmine non esclude di ricostruirsi una vita nel Piacentino, una volta concluso il percorso giudiziario. Nessuno però fa programmi a lunga scadenza. Almeno per ora il futuro si costruisce un giorno alla volta.






















