Abbiamo chiesto un contributo al Ser.D di Magione con cui la comunità di Montebuono e la casa alloggio i Tulipani lavorano da più di trent’anni.
Il consumo di sostanze da parte di adolescenti e giovani adulti non può più essere letto in modo automatico come espressione di devianza o manifestazione di una condizione clinicamente patologica. La realtà giovanile è cambiata profondamente, così come sono cambiati i significati, i contesti e le modalità attraverso cui si sperimentano le sostanze. Oggi ci troviamo di fronte a comportamenti complessi e mutevoli, che sfuggono alle semplificazioni e non possono essere interpretati con le stesse lenti usate in passato.
Non sempre, infatti, è la sostanza in sé l’elemento da problematizzare. In molti casi, il consumo non è che un frammento – spesso episodico – all’interno di percorsi più ampi di crescita, esplorazione, regolazione emotiva, socializzazione. Un uso occasionale, ricreativo o sperimentale non implica necessariamente disagio, né è sufficiente a configurare un quadro clinico. Focalizzarsi esclusivamente sulla sostanza rischia non solo di distorcere l’analisi, ma anche di innescare interventi inadeguati, talvolta controproducenti, che ignorano i vissuti e i significati soggettivi che stanno alla base del comportamento.
È proprio in questo scarto tra comportamento osservato e significato vissuto che si apre uno spazio d’intervento fondamentale. Occorre spostare il baricentro dell’attenzione: non guardare non soltanto I comportamenti, ma comprendere in quale fase della sua vita si trova, quali sono le sue risorse e quali i suoi bisogni. In molti casi, il consumo non ha un significato disfunzionale, ma rappresenta una tappa temporanea, legata alla curiosità, all’influenza del gruppo o alla necessità di sperimentare il limite. In altri casi, invece, può diventare una modalità di compensazione, un tentativo di autorregolazione, una risposta a un vuoto relazionale o a una mancanza di senso.
Per questo è importante mantenere uno sguardo che tenga insieme i tre elementi fondamentali che da sempre definiscono l’equilibrio e la comprensione del comportamento di consumo: la sostanza, la persona, l’ambiente. Questa triade – ampiamente riconosciuta nei modelli bio-psico-sociali – ci ricorda che nessun comportamento può essere compreso se isolato dal contesto. La sostanza ha le sue proprietà farmacologiche e i suoi rischi oggettivi, ma è il rapporto che il soggetto intrattiene con essa, all’interno di un ambiente specifico, che determina il significato e le conseguenze del consumo. Non è quindi possibile intervenire in modo efficace se non si tiene conto delle interazioni tra questi tre poli: ciò che una sostanza “fa” dipende anche da chi la assume, da come la assume, e da dove, quando e perché lo fa.
È fondamentale distinguere tra due livelli d’intervento che devono dialogare, ma non sovrapporsi. I servizi per le dipendenze – come i Ser.D. – hanno un ruolo cruciale nella presa in carico di situazioni in cui è presente un disturbo da uso di sostanze, ossia quando il consumo compromette in modo significativo la vita della persona. In questi casi, l’approccio clinico, diagnostico e terapeutico è necessario.
Tuttavia, la gran parte dei consumi giovanili non si colloca in questa fascia. C’è un’area molto più ampia – e spesso trascurata – che riguarda il consumo non patologico, la sperimentazione, l’ambivalenza tipica dell’età evolutiva. È in questa zona grigia che si gioca la sfida della prevenzione e dell’accompagnamento precoce. Qui, l’obiettivo non è curare, ma comprendere; non è correggere, ma sostenere; non è medicalizzare, ma dare senso a un comportamento che si colloca dentro una traiettoria personale, ambientale e sociale.
Un approccio centrato solo sulla sostanza rischia di semplificare eccessivamente la complessità dell’esperienza giovanile. Può portare a due errori complementari: patologizzare ciò che è ancora esplorazione, o ignorare segnali di disagio che non si esprimono attraverso il consumo. In queste situazioni, più che l’invio a un servizio clinico, è necessario attivare spazi di ascolto e presa in carico precoce, di prossimità, capaci di intercettare il bisogno prima che si strutturi in una condizione cronica. Luoghi accessibili e informali, in cui il giovane possa portare se stesso, non solo un comportamento da spiegare.
In questa prospettiva, assumono un ruolo strategico tutti quegli interventi che si collocano prima della diagnosi, prima della cronicizzazione del disagio, ma dentro la complessità della vita quotidiana dei giovani. Parliamo di presa in carico precoce, prevenzione indicata, sportelli di ascolto e servizi proattivi. Strumenti diversi tra loro, ma accomunati da un obiettivo comune: intercettare, leggere e accompagnare quei comportamenti e vissuti che non sono ancora “malattia”, ma che possono evolversi in modo problematico se trascurati, silenziati o fraintesi.
La presa in carico precoce non implica la medicalizzazione del comportamento giovanile, ma la possibilità di offrire uno spazio di ascolto, orientamento e sostegno nel momento in cui il bisogno emerge, anche in modo confuso o ambiguo. È un’opportunità per ridurre l’inerzia dell’attesa, per aprire un dialogo senza stigma, per attivare risorse prima che si strutturino danni o dipendenze.
La prevenzione indicata, distinta dalla prevenzione universale, si rivolge proprio a quei giovani che mostrano segnali precoci di vulnerabilità o di rischio, anche senza una diagnosi formale. Intervenire su questa fascia significa lavorare in profondità, non sulla sostanza in sé, ma sul significato attribuito al comportamento, sulle emozioni sottostanti, sulle situazioni che lo generano o lo mantengono.
Gli sportelli di ascolto – scolastici, territoriali, digitali – rappresentano un’interfaccia essenziale tra il mondo adulto e quello giovanile. Sono spazi informali ma protetti, dove non si deve per forza “chiedere aiuto” per essere accolti, dove la relazione si costruisce sulla base della fiducia e della presenza, non della prestazione. In questi luoghi, il consumo può essere nominato senza essere subito etichettato; il disagio può emergere in una forma narrabile, non patologizzata.
Infine, è fondamentale promuovere servizi proattivi, capaci di andare verso i giovani, invece di aspettare che siano loro a rivolgersi ai servizi. Interventi negli spazi di vita – scuole, centri di aggregazione, luoghi informali, online – permettono di raggiungere anche chi normalmente non si avvicinerebbe a un contesto “di cura”. L’azione proattiva è quella che riduce le distanze, che aggancia senza invadere, che crea occasioni di contatto dove il giovane si sente riconosciuto, non sorvegliato.
In sintesi, per affrontare in modo serio e rispettoso il tema del consumo giovanile non patologico è necessario che i territori si dotino di una rete articolata e integrata di dispositivi educativi e preventivi, capaci di leggere la complessità del vissuto giovanile senza ridurlo a sintomo. Solo così sarà possibile intervenire con efficacia, generando senso, alleanza, e possibilità di scelta consapevole.
Cinzia Borgonovo con Donatella Cecchetti e Amilcare Biancarelli






















