Caleidoscopio Fest 2026/27 ha acceso il confronto tra tecnologia, social network, educazione e benessere psicologico, coinvolgendo esperti, istituzioni e cittadini.
La salute mentale come bene comune: una riflessione oltre il dualismo tra bene e male
Il secondo appuntamento di Caleidoscopio Fest, I colori della mente, 2026/27, il seminario pubblico e gratuito Benessere virtuale, malessere reale, si è svolto sabato 10 ottobre, la mattina, nella Sala dei Comuni della sede della Provincia di Lodi, a Palazzo San Cristoforo. Il titolo, il cui intento era di stimolare pensiero e promuovere cultura sul tema della Salute Mentale, la cui giornata internazionale ricorre annualmente proprio il 10 di questo mese, è stato esteso a tutto il programma del festival che durerà circa otto mesi. Il seminario ha segnato una tappa importante per la sensibilizzazione del territorio di Lodi sull’impatto che ha la salute mentale nella vita di tutta la comunità, di tutte le persone, non solo degli addetti e delle addette ai lavori, “perché il presupposto di fondo è che la salute mentale, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non è un tema che ha necessariamente a che fare con una condizione di patologia o con una diagnosi, ma è una condizione complessiva di benessere psichico fisico sociale e relazionale”, come ha affermato Elisa, in apertura di Seminario, dopo i saluti.
La Presidente, dopo i saluti, ha raccontato nei dettagli il progetto Caleidoscopio Fest 2026/27 e ha ricordato le motivazioni per cui Famiglia Nuova ha preso il testimone dall’Associazione Curiosamente, assunte con orgoglio e timore di riuscire a esserne all’altezza, convinta che il tema della salute mentale riguardi anche noi che ci occupiamo di sociale. Dopo i ringraziamenti agli Enti e alle persone che hanno garantito il supporto e il sostegno anche economico per la realizzazione del progetto, ha dato avvio ai lavori ringraziando con calore Santa Bellomia che solo la sera precedente ha saputo di dover sostituire l’improvvisa assenza di Anna Garbelli nella moderazione del seminario, la cui disponibilità era voluta per sottolineare continuità con la storia del Festival.
Il tema del benessere virtuale che “distrae” dal malessere reale è una ipotesi maturata pensando al dominio che da tempo la comunicazione ha negli ambiti delle abilità umane, se non ho un social non esisto, ed è diventato argomento di rilievo pubblico per l’intensità con cui usiamo ovunque tutto ciò che ci tiene connessi il più a lungo possibile. Famiglia Nuova ha interesse a capire quanto siamo davvero a rischio di perdere la libertà individuale nell’utilizzo consistente del virtuale, e quale atteggiamento consigliare di assumere per non ritrovarsi all’insaputa stritolati in meccanismi digitali e immateriali. Strumenti che possono procurare e rendere possibile una immersività profonda, apparentemente protettiva, in spazi e piazze di comunicazione “libere di essere percorse in ogni direzione”, se utilizzati ingenuamente da chi è già portatore di fragilità personali, magari anche latenti, possono diventare strumenti invasivi al punto che alcuni loro “effetti collaterali”, non prevedibili e non desiderati, possono provocare condizioni di isolamento sociale, condurre a comportamenti di autolesionismo, o nelle ipotesi più drammatiche, purtroppo già capitate, a compiere azioni anticonservative.
Nelle relazioni del mattino è stata posta attenzione alla domanda, un po’ sottesa anche nel titolo “È bene, è male?”. Da tempo immemore le civiltà si pongono la questione di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, risolvendola con ciò che di volta in volta è apparso più congeniale o a una maggioranza rappresentata o a chi, anche in minoranza ma al potere, ha normato per tornaconto anche personale. In scala ridotta, ma non meno difficile, la questione si infiamma se si deve intervenire sui comportamenti di chi è minore, come accade in famiglia tra le figure genitoriali e i figli, o nei servizi e nelle agenzie educative per esempio della scuola pubblica o negli spazi di supporto educativo del privato sociale, perché dire come fare e quali regole seguire nella vita degli altri è sempre facile. In ogni contesto è fondamentale la coerenza dei comportamenti di chi ha l’onere educativo: impossibile essere ascoltati se vieto ad altre persone ciò che non siamo in grado di modulare per noi stessi.
Il filo rosso del confronto
L’ottima conduzione di Santa, calda e puntuale, ha reso consistente la trama pensata per affrontare questo tema, fin dalla improvvisazione teatrale di Maniman Teatro del 24 settembre scorso, per fare luce su quanto si dilata e definisce, allo stesso tempo, nelle maglie della modernità o nei valori ancestrali, tra disagio e patologia, nelle comunità educanti e nei singoli individui, tra persone giovani o adulte che devono assumere responsabilità personali e consapevolezze di maturità: è stato evidente che Santa possiede “l’ago del filo rosso”, riuscendo a introdurre e a legare, amalgamando e coniugando la relazione di Regina Gregori con l’eccezionale intervista del Sindaco Andrea Furegato al Presidente della Fondazione Pensiero Solido Antonio Palmieri con le utili indicazioni proattive che ci ha insegnato Annamaria Sgorlon per un utilizzo allertato quindi più sicuro dei social, anche per evitare di subire azioni di bullismo.
Difendere autonomia e consapevolezza nell’era digitale
Le professoresse Gregori e Sgorlon hanno presentato dati prodotti da ricerche e studi scientifici che non hanno spento gli allarmi rilevati da chi educa e contro i quali ci hanno ricordato come sia possibile difendere i propri spazi di autonomia, di pensiero, di riservatezza, di coinvolgimento diretto, di urgenze di visibilità, prima che la “necessità di visibilità” possa sfuggire di mano. Ci hanno raccontato come sia possibile attivare azioni preventive, di auto-controllo per assicurare il raggiungimento di maggiore responsabilità, dentro esperienze di crescita che invece spesso abbracciano una facile deresponsabilizzazione individuale.
“Non è colpa dell’algoritmo”: responsabilità e partecipazione
L’intervista, o meglio il dialogo, tra il primo cittadino della città di Lodi, Furegato, e l’ex parlamentare Palmieri, autore del libro Non è colpa dell’algoritmo ha portato nel programma molti spunti per riflettere a partire dall’attenzione che va posta alle relazioni della vita reale, nella famiglia costituita o nella città governata. Come fare, cosa attivare, chi deve controllare, facilitare o mediare e misurare i tempi di una comunicazione ricca di immagini più che di parole, di significati veloci più che di valori densi, di tempi che cambiano, inesorabili nell’accelerare l’accesso a ogni tipo di contenuto.
L’intento di perseguire una migliore qualità del benessere per tutta la comunità estesa non è fattibile se ci chiudiamo alle relazioni umane, talvolta più difficili da sostenere dello skrolling digitale, attribuendo il disastro incombente della società sempre a qualcun’altra e a qualcun altro da noi.
Strumenti digitali e relazioni umane: una sfida educativa
Gli strumenti di per sé non sono dannosi, lo può essere l’utilizzo che ne facciamo, molto efficace il paragone con lo strumento coltello richiamato da Gregori; così come è possibile limitare le intrusioni nella propria vita dei leoni da tastiera perché ci sono filtri protettivi che possono essere attivati, per evitare ad esempio di essere inclusi in una chat e vedere poi il nostro numero di telefono reso pubblico di default: indimenticabile l’iconcina del profilo con lucchetto che Sgorlon ha menzionato. Queste attenzioni e filtri devono essere conosciuti e attivati perché pur essendo predisposti non sono incoraggiati dalle aziende Big Tech, perché rallentano gli algoritmi.
Come hanno sottolineato e condiviso sia Furegato che Palmieri sarebbe opportuno per l’intera comunità che la polarizzazione della comunicazione social fosse meno virulenta e violenta di come è diventata per alcune tematiche come le migrazioni, con la grave spaccatura tra chi sostiene politiche di accoglienza e chi grida al rimpatrio dei cittadini migranti, così come è sembrata ideale la gestione di strumenti di comunicazione veloce in determinati momenti della giornata, tenendoli per esempio lontani da tavola mentre si è a pranzo e lasciandoli altrove rispetto a dove si dorme. Anche in questi casi esemplificativi le immagini comunicate resteranno indelebili.
Tre ore di pensiero condiviso
Tantissimi gli spunti sul tema del benessere e del malessere sono stati raccontati in quelle quasi tre ore di promozione del pensiero che è stato il seminario, partendo dall’abbattere il confine tra reale e virtuale, non più determinabili con precisione. Le abilità delle relatrici e dei relatori, la sciolta competenza di Santa e la sua intelligenza curiosa, le interessanti e argute domande del pubblico in un tempo reale immediato e “fisico”, scritte cioè con “una biro su un quaderno” che è stato fatto girare, a mano, tra chi era lì per partecipare, hanno reso ricchissimo l’evento e hanno reso possibile una mattinata di confronto e di scambi di una cultura anche molto “pratica”, dell’essere nell’oggi, di come riuscire a starci bene, cercando di non arrecare danno, a sé, agli altri.
Il seminario non ha offerto risposte definitive, né era questo il suo obiettivo. Ha però lasciato una consapevolezza importante: il futuro digitale non è scritto e non dipende soltanto dalle tecnologie che utilizziamo, ma soprattutto dalle scelte che compiamo ogni giorno come cittadini, educatori, genitori, professionisti e membri di una comunità.
Personalmente sono stato sensibilizzato, molto, soprattutto per aver ascoltato chi e come, per un interesse comune, rende possibile convergere in un’unica direzione pur proveniendo da impegni e storie di formazione e appartenenza diverse. La salute complessiva, di cui il benessere mentale è diventato un determinante principale, deve essere un bene comune, un orizzonte possibile da perseguire: e come hanno insegnato Regina, Antonio, Andrea e Annamaria, importa poco chi siamo, come pensiamo: vale più cosa, nella vita che ci è data, facciamo.
Tra dati scientifici, testimonianze, esperienze e domande condivise, Benessere virtuale, malessere reale ha ricordato che la salute mentale è un patrimonio collettivo da custodire insieme. Un bene comune che richiede attenzione, relazioni autentiche, senso critico e responsabilità. Perché, come è emerso più volte nel corso della mattinata, conta certamente l’evoluzione degli strumenti, ma conta ancora di più ciò che noi decidiamo di farne. E, soprattutto, come ci hanno insegnato Regina, Antonio, Andrea e Annamaria, importa poco chi siamo, come pensiamo: fondamentale nella vita che ci è data, cosa noi scegliamo di fare.
Gli atti del seminario saranno diffusi appena raccolti.
Bruno





















