Lunedì 28 settembre ho partecipato all’incontro con la delegazione delle cooperative palestinesi del Programma Tahseen presso la sede di Confcooperative Milano e dei Navigli.
Un’alleanza cooperativa oltre i confini
Tahseen (“cooperare” in arabo), promosso da Confcooperative e sostenuto anche da Famiglia Nuova, è un programma sviluppato dalla cooperativa Vento di Terra in collaborazione con VIS e con l’Università di Betlemme; nato con l’obiettivo di rafforzare il sistema cooperativo palestinese – che oggi dà lavoro a circa 70.000 persone – promuovendone la crescita sostenibile e favorendone l’integrazione in reti economiche più ampie, si rivolge a 50 cooperative della Cisgiordania. L’incontro era una delle tappe di un tour di studio previsto dal progetto per permettere ad alcune rappresentanti delle cooperative coinvolte di visitare e confrontarsi con le cooperative del sistema italiano. Durante l’incontro le presidenti delle cooperative palestinesi – cinque donne in rappresentanza di altrettante società – ed i due rappresentanti delle altre organizzazioni che completavano la delegazione hanno raccontato cosa vuol dire fare cooperazione, anche cooperazione sociale, in Palestina.
La pressione quotidiana sull’economia e sui territori
Oggi la tragedia di Gaza è sotto gli occhi del mondo intero, la distruzione del 90% del territorio e il genocidio in atto, conseguenze dirette della guerra di rappresaglia scatenata dopo gli attentati del 7 ottobre 2023, hanno portato anche alla scomparsa del centinaio di cooperative che vi operavano. Ma l’intervento del governo israeliano sui territori palestinesi non è solo di tipo militare: ha una pervasività enorme che raggiunge e influenza in maniera determinante tutte le sfere del vivere quotidiano, non solo a Gaza. In Cisgiordania la stretta e le limitazioni allo sviluppo di un sistema economico sono estremamente concrete: quando una giovane colona porta il suo gregge a pascolare sui terreni di una cooperativa agricola e la forza pubblica, anziché tutelare i legittimi proprietari del terreno, la difende e lascia agire indisturbata, non è solo un raccolto ad essere distrutto, ma anche la possibilità della comunità che ruota intorno a quei terreni di sostenersi e provare ad immaginare un futuro libero e autonomo. Ed esempi come questo ne sono stati fatti diversi durante la mattinata. Come quello della cooperativa di Betlemme che produce souvenir artigianali e che, già provata dalla crisi dovuta alla pandemia, in un territorio che per l’80% dipende economicamente dal turismo religioso, dopo 3 anni di guerra e presenza militare nell’area ha perso il 70% del proprio fatturato. Nelle parole dei rappresentanti della cooperazione palestinese questa politica ha un solo scopo: costringere la popolazione palestinese ad emigrare, per continuare l’opera di occupazione delle terre. Fino a renderli “come i nativi americani chiusi nelle riserve”.
Alle radici del cooperare: lavoro di squadra e aiuto reciproco
All’interno di questo quadro così drammatico la cooperazione sociale – e progetti come Tahseen – possono avere un ruolo importante nel rompere l’isolamento economico in cui si trova il sistema produttivo palestinese e ridare speranza a comunità che, quotidianamente, devono inventare nuovi modi per aggirare i divieti e le limitazioni che il governo israeliano impone arbitrariamente (come quelli sull’accesso all’acqua per le coltivazioni, in un territorio che ne sarebbe naturalmente ricco). Le risposte che, negli anni, la società palestinese ha maturato di fronte a queste difficoltà sembrano nate ispirandosi ai principi della cooperazione e sono ben rappresentate dai concetti di Al-Awna ovvero il modello di lavoro comunitario tradizionale utilizzato per la raccolta delle olive e Faza’a, termine che indica l’offrire rinforzi e aiuto diretto nel momento del bisogno. Perché, soprattutto durante la raccolta delle olive, è proprio quello che accade: ogni agricoltore è più esposto ai rischi di attacchi dei coloni e il contributo di tutta la comunità nel momento del bisogno può fare la differenza nel velocizzare il lavoro e diminuire i rischi di aggressioni fisiche e danneggiamenti ai raccolti.
L’insegnamento della Palestina per riscoprire il senso del cooperare
Per questo, credo, durante la mattinata è risuonato così spesso il concetto di resilienza: perché sicuramente il sistema cooperativa palestinese può apprendere dal nostro i modelli di crescita e le strategie economiche, ma la capacità di adattarsi e far fronte alle avversità per continuare a crescere è un esempio che chi come me era nella sala ad ascoltare (purtroppo pochi, considerata la potenziale platea di organizzazioni a cui l’incontro era diretto), dovrebbe conservare e diffondere, per contribuire a ricordare il senso del movimento cooperativo all’interno di organizzazioni spesso stanche e che tendono a perderne di vista i valori fondanti.
La paura di uno scatto: una scelta di tutela e rispetto
Non ci sono foto, in questo articolo. Durante gli interventi delle cooperatrici palestinesi ci è stato chiesto di non pubblicare fotografie sui siti web o canali social prima del loro rientro in Cisgiordania perché la diffusione avrebbe potuto creare ostacoli nei vari passaggi di frontiera, in particolare con il governo israeliano. Questo è il clima in cui vivono le colleghe e i colleghi in Palestina: preoccupati per le conseguenze di una fotografia. Ho scelto di cancellare quelle che avevo fatto e deciso che non le avrei inviate.
Enrico Battini
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La foto che accompagna questo articolo è presa dal sito della Cooperativa Vento di Terra e rappresenta uno dei momenti formativi del progetto svolto in Palestina.






















