Come è stato scritto: il lavoro, nel suo valore sociale, come strumento di emancipazione e cittadinanza è il “valore su cui fonda l’articolo 1 della Costituzione italiana; il lavoro dovrebbe promuovere la giustizia sociale, ed è riconosciuto centrale per il progresso personale e collettivo.
Ogni storia di vita è individuale, così lo è anche la propria storia di lavoro.
Questa è la mia.
L’Irene, sorella di Rosolino e Ottorino, marito di Irma, genitori di Livia, alzava la saracinesca del bar-osteria La Primavera, nella Cremona di allora, alle 5. Quel rumore mi ha segnato la vita: a casa mia non c’erano sveglie che trillavano per svegliarci: il rumore stridente forte e metallico della cler (o clèr) non lasciava scampo all’eventuale dormiveglia: sœ sœ, leva sœ che l’è bèle ura, la premura di mia mamma.
Non ho memoria di lunghe abluzioni o di rituali igienici accurati di buon mattino: la prima cosa che facevo era bere il caffèlatte pucciando i biscotti, o el panbescùtt, la seconda, penso, indossare i vestiti (non certo della festa), la terza uscire di casa e, attraversata la strada, entrare nel cortile del palazzo di fronte e iniziare a pulire. Avevo già 7 anni. Di solito io scopavo scale e pianerottoli, mia mamma seguiva lavandoli. Credo che 40 minuti di lavoro intenso e senza interruzioni fosse il tempo necessario per pulire i 2 palazzi ed il cortile; poi tornato a casa, un po’ di studio prima della scuola mi permetteva di recuperare il minimo delle lezioni a cui assistevo perennemente disturbando. Ho sempre avuto 7 in condotta, già molto indicativo di chi sarei stato, e oggi, superati molti rischi, portando a casa tutto sommato pochi danni, ne vado fiero. Ah, quel minore di 7 anni, al lavoro la mattina presto, con quel 7 in condotta, per tanti anni a seguire. D’altra parte “si consiglia l’inserimento nel mondo del lavoro” scrivevano sulla pagella della licenza di terza media i professori, qualcuno dei quali, per la precisione una delle quali, la prof di Scienze naturali che d’inverno portava pellicce “favolose”, volle rendere pubblica la condizione di povertà della mia famiglia restituendomi in modo caritatevole, chiamato fuori dal banco e davanti a tutti i compagni di classe, la quota versata per la gita scolastica, dichiarando la motivazione. Quelle poche migliaia di lire mi hanno seppellito emotivamente: con spregio, in sfregio. Non l’ho mai dimenticato.
Così nei pomeriggi della mia preadolescenza andavo con mia mamma, sempre lei e meno male che c’è stata, a consegnare, e ritirare, il lavoro di rifinitura di capi di abbigliamento che dalla fabbrica portavamo a casa, per guadagnare quel poco; tagliati i fili che le macchine industriali non tagliavano, i capi erano piegati e accolti in grandi pezze di stoffa che, annodate per gli angoli opposti contenevano il lavoro fatto, pagato pochissime lire per capo; quei sacconi erano trasportati, uno appoggiato sul manubrio l’altro sul sellino della bici: io reggevo il saccone sul sellino perché non cadesse, mia mamma quello sul manubrio mentre guidava camminando; a piedi percorrevamo la distanza tra casa e la fabbrica, spingendo quella bici stracarica. A mattine alterne la pulizia delle scale, in pomeriggi alterni gli abiti da rifinire, fino all’adolescenza.
A metà delle scuole medie, d’estate, nella pausa scolastica, si poteva scegliere se andare a “simàa” il granoturco (che fastidio il polline e come tagliano le foglie), a catà sœ i pundoor o l’ai (no, non era ancora la robotteria di adesso, ed entrambi i prodotti agricoli se passati di maturazione erano molto maleodoranti). Per comprare una bicicletta.
Non erano importanti guadagni né si trattava di sfruttamento minorile: forse lo era l’obbligo alla sopravvivenza, che nessuno mi aveva spiegato, ma ne avevo introiettata la necessità. Senza domande, senza risposte. Più che i lavori mi sono pesate le ingiurie subite dagli altri bambini e bambine che, meno poveri, non erano solerti a tanto “dovere”, e mi prendevano in giro raccontando ad altri delle pulizie delle scale, durate per anni, d’inverno e d’estate, e degli “stracci” che portavamo avanti e indietro, sulla bici un po’ scaruggia, scomparendo dietro la loro mole voluminosa che per fortuna mi copriva l’imbarazzo, nascondeva le prime vergogne (si può subire vergogna, o solo provarla come sentimento interiore?).
Poi a 18 anni non ancora compiuti i primi lavori “normali”: apprendista in un bar, quasi un gioco, impiegato trimestrale all’ufficio di Poste e Telefoni a smistare e consegnare telegrammi e raccomandate, per più trimestri e anche quell’impiego alternato alle chiamate per lavoro stagionale alla Sperlari. Torroni e caramelle e mostarda a gogo alla catena di montaggio, successivamente alla guida dei muletti, i famosi carrelli elevatori, senza nessun corso formativo, senza nemmeno la patente B. Quante confezioni ho distrutto le prime volte.
Nel frattempo anche un bel tre mesi di praticantato infermieristico, anche in questo caso senza alcuna formazione, dopo il diplomino di ragioniere ottenuto non so come, anche se non era nei miei desideri: forse è stato il lavoro di maggior impatto emotivo e fisico. Ci pensò l’intestino bloccato di un anzianissimo monsignore ricoverato nella clinica privata delle suorine a farmi rinunciare; suore che, tra una medicazione e un turno di pulizie, provarono a farmi lavorare in sala operatoria. Ci riuscirono. Sì in quel posto lì, in teoria di alta specializzazione. Non descriverò qui le sensazioni vissute, tengo con me molte immagini registrate nella memoria. Vivide, alcune non edificanti. O forse mi hanno edificato anche quelle più forti.
Poi a Londra, poco più che ventenne, come commesso di magazzino import-export di tappeti da tutto il mondo e buffet boy in uno dei ristoranti più esclusivi della zona Nord della metropoli. Quasi 3 anni eccezionali sotto molti punti di vista.
Tornato a Cremona sfrutto l’apprendimento nella ristorazione e faccio il cameriere in un ristorante cittadino, prima di imbarcare sulle navi da crociera per 3 anni di lavoro in giro per il mondo. Clienti pretenziosi e difficili per tante ore al giorno. Direi un’altra esperienza altamente formativa.
A 35 anni l’attività di volontariato iniziata per attivismo anche prima del mio percorso in Comunità, mi favorisce il contatto e il contratto con Famiglia Nuova, come operatore socio assistenziale (non esistevano ancora corsi di specializzazione per diventare OSS OTA OSA ecc ecc): lavorerò nella casa alloggio per persone in alta vulnerabilità sociale e colpite, spesso gravemente, dall’Hiv che poi le schiantava in Aids (ho imparato così tanto) dal 1995 al 2017.
Da qualche anno mi occupo di comunicazione: strampalato e prolisso, a social, non formato in alcuna facoltà come ero, ho avuto e ho la possibilità di esprimere e pubblicare i miei pensieri, editare testi e messaggi di comunicazione della Cooperativa. Un lavoro che non so se ho meritato, se continuo a svolgere bene, e che qualcuno fatica a considerare un vero e proprio lavoro. Quel qualcuno, di solito, penso in realtà abbia un po’ invidia, non di me, ma del mio lavoro che, dopo 10 anni, mi appassiona ancora molto.
Questa storia l’ho scritta perché oggi, anche in Famiglia Nuova, è vivace la discussione sui salari percepiti, sui talenti valorizzabili e potenziati, sulla ricerca di corrispondenza tra quanto e cosa si è studiato e un impiego di ruolo consono. Legittimo, quasi lineare.
Come avrete letto, la mia storia lavorativa tutt’altro che lineare, si è costruita da sé, secondo opportunità che ho trovate, alcune cercate e perseguite, altre capitate per “sorte”. Se poi questa sorte abbia valorizzato o anche amplificato le mie abilità e attitudini non lo so, un po’ sì, forse un po’ anche no.
Tirando le somme, e preparandomi alla pensione che chissà se vi arriverò, sono tanto soddisfatto di ciò che ho fatto, di quello che sono stato, di quello che sono diventato. Grazie al lavoro, senz’altro. Ma grazie anche a chi ho incontrato, alle persone con cui ho condiviso, anche lavorativamente, la mia vita.
Buona Festa del Lavoro a tutte e a tutti.
Bruno






















