Sta sopra la porta da chissà quanto. Silenzioso, simbolicamente potente. Se lo guardi non puoi non sapere cosa ci potesse essere dentro, varcata la soglia di ingresso.
L’agnello simbolo di purezza e di sacrificio per cristiani ebrei e musulmani è sorpassato dalla furia assassina che travolge ogni virtù. È dimenticato e anonimo allo sguardo di chi passa, sosta, lo vede, ma nulla si chiede. Esattamente come se fosse un qualsiasi altro pezzo di sasso, di granito. Come se fosse un altro animale, senza alcun significato simbolico rasserenante. Sì, abbiamo perso la speranza, vergognandoci di viverla o di appellarci a essa, troppo cattolica, troppo lieve come stato dell’anima e atteggiamento debole del cuore. La ragione non la considera e non la ammette ad alcun rango superiore: le si dà un valore di sopravvivenza, non vitale, come se fosse una virtù passiva. La speranza correla alla felicità.
E senza speranza dove andiamo? Nè il petrolio nè i droni la possono sostituire, neanche volendola sconfiggere affinché prevalga il male, ci riusciranno. Forse perché la speranza è la vita stessa, non una piccola parte di essa; è la “sostanza” che la alimenta, che la fa proseguire. Se non la si porta con sé, se non la si fa vivere dentro, cosa conta vivere? Sperare di essere voluti bene e di volerne, sperare di essere un po’ felici e di rendere gli altri riconosciuti e voluti, sperare di riappropriarsi di speranza, necessaria per vivere, è un’ambizione a cui possiamo tendere naturalmente, anche laicamente.
Buona Pasqua di speranza allora!
Bruno






















