Nella società odierna, le diverse forme di securitarismo stanno sempre più generando stigma, repressione e regressione.
Coloro che vivono “ai margini” della società non vengono riconosciute come persone da aiutare, ma come minaccia da controllare e contenere.
Sempre più spesso, leggi e politiche si muovono in direzione di chiusura e limitazione convinte che la sicurezza si eserciti restringendo le libertà, considerate “sbagliate” da chi si arroga il diritto di stabilire cosa sia accettabile o meno dalla società. In questa ottica, il potere, spinge tutti a uniformarsi a regole e modelli stabiliti verticalmente, riducendo progressivamente le possibilità di libertà e dell’autodeterminazione.
Di fronte a questi processi, la nostra pratica sociale è chiamata a riconoscere le potenzialità che emergono dal disagio, dalle forme di ribellioni e dai bisogni delle persone. In questo senso, “E mi no firmo” (F. Basaglia) significa porre un limite etico e pratico al potere che opprime e, contemporaneamente, indicare un’alternativa: aprire spazi di autodeterminazione, riconoscere la dignità dei percorsi individuali e proteggere la possibilità di esistere anche nella fragilità.
Rifiutarsi, opporsi e ribellarsi rappresentano sicuramente una posizione delicata che richiede coraggio, ma è altrettanto necessaria per riconfermare il valore individuale di ogni soggetto a prescindere dalla situazione di fragilità o marginalità nella quale si trova. Inoltre, tale attitudine permette di mostrare e ri-mostrare quotidianamente le competenze del lavoro educativo che spesso vengono sottovalutate o svalutate.
Accanto alla logica del securitarismo si sviluppa la patologizzazione dei comportamenti sociali, che agisce come un’altra faccia del potere: la povertà, la fragilità e il malessere, soprattutto giovanile, vengono letti come deficit da correggere o da trattare. La modernità è segnata da una logica della separazione (anima-corpo, giusto-sbagliato) che alimenta il senso di incompiutezza: il presente diventa una “sala d’attesa”, dove i giovani vivono la percezione costante di “non essere come si deve”. La negatività, anziché essere riconosciuta come parte costitutiva dell’esistenza, viene percepita come ostacolo da superare. Il risultato è un loop di ansia e colpevolizzazione, ogni emozione e comportamento lontano dalla norma viene patologizzato.
Se ci si sofferma a riflettere però, ci si rende subito conto che vivere l’adolescenza in questo periodo storico non può che essere difficile, dove il futuro sembra compromesso dalle guerre, dall‘inquinamento e dall’insicurezza generale relativa al proprio benessere. Inoltre, oggi si assiste ad una “colonizzazione del desiderio”, la quale spinge i soggetti a sentirsi sbagliati e, pertanto in dovere di sentirsi come in realtà non vorrebbero stare. Ancora una volta questo “obbligo” parte da una posizione di asimmetria di potere che deve necessariamente essere distrutta. Al contrario, il lavoro educativo deve tendere ad una legittimizzazione del desiderio attraverso cui gli adolescenti si ri-appropriano del potere di poter esprimere i propri desideri, sempre. Pertanto il malessere giovanile, invece di essere represso o patologizzato, dovrebbe essere accolto e ascoltato, per arrivare a comprendere che il rifiuto dell’oggi non è un mero scontro generazionale, quanto piuttosto un rifiuto al “non funzionamento” imposto.
Per farlo è necessaria un’autentica vicinanza all’altro dove la realtà è vissuta davvero, con il corpo, con la pancia e con il cuore. Solo in questo modo è possibile passare da percorsi prestabiliti all’interno di spartiti fatti di linee rette e definite da altri, a canovacci che consentono cambiamenti di traiettoria quando richiesti dalla situazione specifica.
Il lavoro sociale deve continuare a “divenire” nel proprio senso più profondo e autentico: trasformare la relazione di aiuto in una pratica di cura capace di restituire libertà, dignità e giustizia.
Fatou e Clara
[Come anticipato brevemente via social Fatou, educatrice dello SMI Broletto di Lecco, Clara, educatrice di Innesco, e Bruno per l’Ufficio Comunicazione, hanno partecipato alla Summer School 2025, organizzata dal CNCA e da Forum Droghe.
Molti gli stimoli giunti dai relatori in programma e discreta partecipazione di un pubblico prevalentemente giovane. Era presente il noto gruppo club dei capelli bianchi che ha accolto le istanze, anche provocatorie, del gruppo di giovani partecipanti che con passione ha espresso osservazioni perché si possa passare dalle affermazioni teoriche alle strategie di intervento nel campo delle dipendenze, ambito che è stato mal calpestato da recenti provvedimenti che ci riportano, pare, alla vecchia tolleranza zero.
Questo sopra il testo scritto da Clara e Fatou per illustrare alcuni dei temi più salienti del Convegno.]
Qui puoi scaricare il fascicolo Pdf di documentazione della summer school 2025





















