Un Oceano di affetto per gli adolescenti

Tutti, dal 2008 a Casa Oceano trovano uno spazio «che riteniamo familiare, di spessore affettivo. In genere vengono intercettati perché non vanno a scuola o sono autori di reato. Quando non riescono a chiedere aiuto da nessuna parte, sono notati per i reati. Hanno trascorso una vita difficile, ma restano sempre adolescenti. Che poi significa anche un alto potenziale».

E Quando a Casa Oceano accolgono un ragazzo, accolgono anche la famiglia. «Altrimenti si rischia che lui sia il capro espiatorio, ma c’è tutto un mondo che l’ha costruito e che non cambia. Occorre considerare il sistema affettivo allargato». Magari al termine del percorso, in famiglia il ragazzo tornerà anche.

Arrivano in media a 15 anni, la tutela va fino a 18, in pochi casi prosegue fino al 21.

Intanto in comunità l’adolescente trova rapporti significativi, sani.

“Non è colpa mia, è il naso che scivola”

Quello che abbiamo fatto, in questi mesi, è stato questo: prevenzione.
Siamo scesi in strada e, non certo per erosimo, ma perchè è il nostro lavoro e ci crediamo e abbiamo iniziato a farlo nella maniera che sappiamo.

L’abbiamo fatto con insistenza spesso; saltuariamente invece è bastato dirlo una volta sola.

L’ abbiamo chiesto ai più piccoletti, chiedendo se sul naso fosse finito un po’ d’olio che faceva scivolare giù la mascherina; con i più grandi glielo abbiamo fatto vedere con l’esempio; altre volte per fargliela infilare abbiamo urlato, sempre dietro la mascherina, s’intende.

Abbiamo ragionato con tutti, indipendentemente dall’età; abbiamo sfruttato esempi vicini e lontani; siamo passati tra quarantene di amici e tamponi, abbiamo cercato di attraversare con qualcuno di loro i loro lutti.

Sappiamo che oggi, se qualche mascheria in più ora sta su quando prima cascava giù, non è per magia; ma perchè c’è stato del lavoro.

Adesso l’acqua non fa più paura

Per i minori stranieri non accompagnati il rapporto con l’acqua, nella migliore delle ipotesi, è tutto da costruire. Se per tutti noi è importante l’attività fisica e per i ragazzi durante il Covid la chiusura ha voluto dire anche impossibilità di socializzazione, per i giovanissimi che seguiamo tutto questo è amplificato. Lo Sporting Lodi ci ha fatto un prezzo buono, che non è da tutti in questi tempi. E qui i ragazzi hanno appreso competenze di base, banalmente possiamo dire che hanno imparato a galleggiare: è già tanto, pensando a quanti d’estate si buttano in Adda senza consapevolezza. Qui hanno respirato un clima di fiducia, collaborazione e organizzazione. Le capacità di ognuno sono state accolte e valorizzate per quanto ciascuno poteva fare.

Don Leandro Rossi

La svolta: nel Natale del 1977 nella piccola chiesa di Cadilana (Lodi) Don Leandro accoglie il primo tossicodipendente e inizia cosi l’avventura nell’accogliere quelle “pietre scartate che sono diventate testata d’angolo”, in quegli anni gli ultimi tra gli ultimi e quanti chiedessero un rifugio. A questo punto don Leandro inizia a rimanere solo: chi mai voleva vivere vicino ai tossici? D’altra parte la curia nel 1994 invita don Leandro a una scelta precisa: o la parrocchia o la comunità; le due cose appaiono alla curia inconciliabili poiché la cura dei tossicodipendenti avrebbe sottratto tempo alle esigenze parrocchiali.

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